Come l’utilizzo delle Rune, il suggerimento di un amico saggio e la fiducia nel mio compagno – formidabile esploratore – si sono uniti per portarmi dal terrore dell’ignoto a un vero miracolo.
Tenevo con tutta me stessa a quel viaggio. Lo avevamo programmato per celebrare i sessant’anni del mio compagno, Max, lontano da una vita in eterna connessione tecnologica e vicini soltanto all’immensità dell’Oceano Indiano e al mistero delle creature che nasconde, in grado di togliere il fiato a chiunque le veda scorrere a miriadi nella barriera corallina. Avevo immaginato i nostri giorni sull’isola di Huvahendhoo come un susseguirsi di avventure in cui avrei seguito il capitano Max e la sua indomita abilità di lanciarsi alla scoperta dei luoghi. Fantasticavo di lunghe nuotate in tandem, come ne avevamo fatto due anni prima durante un altro viaggio alle Maldive. Quelle serie di perseveranti bracciate avevano mostrato sia a me sia a lui che, inaspettatamente, riuscivo a seguirlo – tra mille emozioni – nonostante la mia paura dell’acqua alta. Proprio con la paura, però, non avevo fatto i conti.
Max, con il suo approccio scientifico e pratico ai problemi, mi aveva suggerito nel corso degli anni di prendere lezioni di nuoto, così da acquisire sicurezza in acqua. Non lo avevo fatto, ma pensavo che il miracolo del viaggio precedente si sarebbe ripetuto. E che l’avrei reso felice superando non solo il terrore dei tratti in cui non si tocca, ma anche quello delle murene, delle piante marine urticanti e delle onde più alte che avremmo forse trovato a causa del periodo dell’anno in cui stavamo partendo, la stagione dei monsoni. Tuttavia, il desiderio di rendere felice Max trasformandomi in una sirena maldiviana non fu sufficiente: appena arrivati nella nostra casa di legno che si librava sull’oceano, mi accorsi che, anziché letteralmente lanciarmi nelle acque cristalline come credevo di fare in pochi secondi, rimanevo paralizzata davanti alla bella scala di legno che conduceva direttamente dalla nostra terrazza a quel paradiso azzurro.
Andiamo però con ordine. Del momento in cui atterrammo a Malè, capitale della Repubblica delle Maldive, ricordo un solo onnipervadente dettaglio: la sete. Sentivo un opprimente bisogno di acqua. Non un desiderio. Non la bellezza di danzare verso una sorgente. Non c’era ombra di moderazione: mi mancava l’acqua come ad alcune persone manca l’aria quando precipitano dal clima artificiale dell’aeroplano alle piste assolate in cui il velivolo si ferma e, fin da subito, sperimentano le temperature che solo chi si avvicina all’equatore scopre. L’umidità la adoro, non mi bastava però ritrovare l’elemento acqua nell’aria maldiviana: volevo, bramavo uno sconfinato bicchiere di acqua fresca.
Max era – come naturale per un maestro nell’arte dell’organizzazione – intento a far quadrare il cerchio dei nostri orari. Dopo l’atterraggio a Malè avremmo dovuto spostarci in autobus verso la zona in cui si aspettano gli idrovolanti, i piccoli e deliziosamente rumorosi aerei con cui si viaggia dalla capitale alle milleduecento isole dell’arcipelago, attraverso un percorso fatto di sfumature di azzurro e turchese in grado di farti desiderare di non guardare più nient’altro che il loro scintillio. Ogni isola vista nel nostro precedente viaggio mi era sembrata dall’alto un gioiello in cui le gradazioni dorate dei coralli si innestavano su una pietra di acquamarina per lasciare spazio poi, oltre il cerchio di luce, a un blu profondo, regno di creature che sembravano uscire da una fiaba.
Tutti questi ricordi riemergevano mentre cercavamo il personale di terra del resort in cui eravamo diretti. Tuttavia, pur rappresentando una Tate Gallery di gemme preziose naturali nella mia mente, non cancellavano il mio ossessivo pensiero: acqua. Non trovai pace fino a che, incontrata la nostra guida, non le chiesi di iniziare non dal check-in dei nostri bagagli per il volo ma da una assai più prosaica informazione: “Dove trovo un negozio per estinguere la mia sete?”. Me lo indicò. Mi teletrasportai. Afferrate due bottiglie, assorbii fino all’ultima goccia d’acqua come una spugna da Premio Nobel per la siccità, poi portai delle bottiglie anche a Max e – solo quando lo vidi bere – mi rasserenai. Decisamente, non avevo idea di quanto quel desiderio d’acqua – e l’urgenza di dissetare anche Max – nascondessero un anticipo del viaggio appena iniziato, come un simbolo.
Quando arrivammo sull’isola, il team del resort ci accolse con la musica delle percussioni, con il sorriso di ragazze e ragazzi vestiti di bianco e con una collana fatta interamente di foglie vegetali, forse di palma, intrecciate in una forma che poteva ricordare un fiore con quattro angoli o un simbolo magico a forma di croce con un minuto vortice al centro. La indossai come un gioiello e proseguimmo verso la nostra residenza appoggiata sul mare.
Il compleanno di Max lo avremmo festeggiato il giorno seguente. Lui non tiene tanto ai compleanni, io un po’ di più. Anche se avevo un regalo per lui, pensavo che il dono più bello sarebbe stato essere completamente concentrata sulle gioie che la vacanza offriva. E, come gli avevo promesso, restare dolcemente disconnessa dai dispositivi. Ecco però comparire l’ombra. Densa, scura. Non riuscivo – proprio non riuscivo – a entrare in acqua con serenità.
Max le provò tutte. Accompagnarmi, guidarmi, ascoltarmi. Tuttavia, c’era un salto che dovevo fare da sola. E non sapevo come farlo. Inoltre, iniziai a rattristarmi pensando che quella era la sua festa ed io non riuscivo a essere con lui nelle nuotate. Per una serie di ragioni che al lettore risparmio, mi sentivo “arida” anche dal punto di vista interiore. Non riuscivo a far nascere una preghiera. Non mi connettevo a qualcosa di profondo. Vedevo soltanto quella distesa di paure legata al fatto che l’oceano era il regno dell’ignoto: potevo trovare, a sorpresa, tutte le cose che temevo. Soprattutto, la murena. Che, in realtà, se mi avesse visto, avrebbe usato un’espressione romana che non posso qui ripetere e che può essere tradotta con molto meno colore attraverso l’espressione: “Ma chi ti calcola?”.
“Devo trovare un modo per unirmi a Max”, pensai. Il libro che stavo leggendo,” Runecaster’s Handbook” di Edred Thorsson, offrì una soluzione: la runa Laguz. Le rune, insieme di simboli nordici collegati a principi universali, mi hanno sempre attratto. Durante il nostro precedente viaggio alle Maldive, mi ero immersa in alcune di esse durante una lunga pratica di meditazione ed avevo avuto una esperienza mistica che ancora porto nel cuore. Così, nonostante in quel secondo viaggio sembrassi misteriosamente impossibilitata a immergermi in qualcosa di profondo o di elevato, tentai la strada più “familiare”: calarmi ancora nella dimensione spirituale nordica e farlo attraverso la runa che rappresenta l’Acqua come elemento naturale. Laguz, per l’appunto.
È qualcosa che consiglio di sperimentare. Fare silenzio in sé stessi, trovare una posizione rilassata e poi “ascoltare” uno dei simboli runici. Aprirsi a ciò che raggiunge l’esploratore interiore mentre si visualizzano o si tracciano col pensiero le linee che lo compongono. Nella mia esperienza, poche cose consentono, come le rune, una connessione tanto immediata con misteriosi contenuti legati a dei principi universali. Laguz mi aiutò. Iniziai a sentirla all’interno, dopo appena dieci minuti. Era come se mi invitasse a camminare verso l’acqua – lungo la scala di legno – nonostante la paura. Indossando la maschera, d’un tratto entrai nell’oceano. Un concetto risuonò dentro di me: “Quando sei nel mare, anche tu sei mare”. Continuai a sentire Laguz per un po’, riuscendo a spostarmi di qualche metro. Un vero miracolo, considerata la mia quasi fobia. In più, l’aridità interiore che sentivo si dileguò. Tuttavia, quando tornai indietro verso la nostra terrazza, non mi sentivo ancora pronta per le lunghe nuotate insieme che mi auguravo di poter regalare al mio uomo.
“Beh, è un inizio”, disse lui.
Dovevo risolvere la cosa. Desideravo con tutto il cuore tornare nel riff gremito di pesci di ogni colore con Max. La paura, però, era ancora più forte del desiderio. Chiamai il mio amico Federico. “Non so più cosa fare. È il compleanno di Max e io sono qui che annaspo nell’impossibilità di godermi la vacanza con lui come si deve. Lui è un esploratore, uno che guarda sempre con curiosità. E… Anche io guardo con lo stesso desiderio di scoprire. Tuttavia, è come se fossi legata. Le Rune mi stanno aiutando, ma ancora ci vuole tempo perché io possa andare nel riff con Max. Solo che io di tempo non ne ho, stiamo qui per una settimana e questo è già il terzo giorno!”.
Mi aspettavo, da Federico, un vero e proprio manuale. Consigli, indicazioni, trucchi, formule magiche. Invece no. Mi disse soltanto: “Secondo te, si può desiderare la paura?”. Confusa, risposi: “Eh? Ti sto chiedendo di aiutarmi a far trascorrere a Max un bel compleanno e tu mi fai domande filosofiche?”. Rimase in silenzio per qualche istante e poi aggiunse: “Tu riflettici”.
Andai alla piccola spiaggia dell’isola, già di per sé minuscola. La bellezza davanti a me era tanta e così magnetica che gli occhi non sapevano posarsi: il soffice manto di sabbia bianca, l’azzurro intensissimo e calmante delle rive dell’oceano, i raggi del sole che incendiavano la pelle, gli alberi appena dietro di me, oltre la minuta distesa di granelli simili a borotalco. Ogni elemento naturale sembrava al suo massimo assoluto di potenza. Ripensai alla frase di Federico. “Si può desiderare la paura?”. Una successione veloce di visioni mi si dischiuse nella mente: persone che si lanciavano col paracadute o facevano bungee jumping o si arrampicavano rischiando la vita. Per che cosa lo facevano? Cosa cercavano? Scattai in piedi. “C’è qualcosa! Ci deve essere qualcosa oltre la paura e loro la trovano soltanto trattando la paura come una porta e aprendola!”, dissi – a voce alta – tra me e me. L’unica altra persona sulla spiaggia si voltò e mi guardò con aria interrogativa. In un impeto di entusiasmo le dissi: “All’Equatore dagli elementi non si può pretendere di essere accarezzati. È un luogo in cui il sole è fatto per bruciarti, l’acqua per condurti verso ciò che non conosci e temi. Tutto è estremo”. L’aria interrogativa della bagnante, decisamente, peggiorò. E io iniziai a correre verso casa, verso Max.
Era seduto in terrazza, dopo una delle sue nuotate. Non gli lasciai neanche il tempo di dirmi “Ciao”, ero una specie di vulcano vagante quel pomeriggio. Stavo però per passare dal fuoco all’acqua. “Sono pronta. Sono pronta per il riff. Andiamo!”. Nel suo consueto fare premuroso – e, credo, anche prudente – mi disse: “Uhm… Sei sicura?”. “Sì”, risposi. “La paura è qui con me, ma voglio vedere cosa c’è oltre. Ci nasconde qualcosa. È una porta. Portami con te e apriamola”.
Max aveva affittato per me delle pinne, al nostro arrivo. Era arrivato il momento di usarle. Indossai tutto, ci lanciammo in acqua, e sembrava tutto pronto per l’avventura, quando lui, guardando dietro di me, indicò qualcosa. “Sta arrivando il temporale. Ci metterà pochi minuti ad arrivare qua. Hai deciso di abbracciare la possibilità di incontrare onde, murene e tutta la collezione di paure. I nuvoloni, però, hanno deciso di aggiungersi al party. Devi decidere adesso cosa vuoi fare. Se proseguiamo, poi dobbiamo continuare fino al riff!”.
Mi fermai due secondi, ma ero così dannatamente stufa di essere bloccata da ogni ombra – e così desiderosa di scoprire cosa la paura stesse nascondendo oltre la sua soglia – che guardai Max e dissi: “Al diavolo il temporale! Se vuole venire, venga con noi. Ti seguo, Captain!”.
Sperimentai una delle sensazioni più belle mai provate: la fiducia completa. Riuscivo, finalmente, a lasciarmi guidare da Max, che nuotava davanti a me con piena conoscenza del percorso migliore per il sentiero di ingresso nella barriera corallina. Era bellissimo vedere che si voltava di tanto in tanto verso di me come a chiedermi se la mia amicizia con la paura fosse ancora in corso o fossi sul punto di cedere. Era proprio quella accettazione dell’impossibilità di separarmi dalla paura che mi permetteva, in quel momento, di seguire le bracciate di Max con spirito di esplorazione e non con il terrore di brutti incontri. Anzitutto, come Laguz mi aveva suggerito, “quando sono nel mare, anche io sono il mare”. E poi quell’oceano che stavo attraversando era, in tutta la sua magnificenza e imprevedibilità, esattamente ciò che innescava i miei timori. Non potevo controllarlo. Non potevo fare pronostici che non facessero ridere anche i pesci. Non potevo sperare di non incontrare la murena. Iniziai invece a dare per scontato che avrei potuto vederne una e che avrei dovuto convivere con la paura stessa. Arrivati al sentiero di sabbia libera da coralli che consentiva l’ingresso nel riff, Max mi fece cenno di andare avanti. Esitai, all’inizio. Poi pensai: “Se me lo suggerisce, c’è una ragione”. Passai davanti. Per nuotare lungo la barriera corallina, dovevo resistere alle onde che mi spingevano verso i coralli stessi. Vidi, tra mille creature acquatiche bellissime, anche la coda della murena spuntare da un incavo. Avevo paura? Sì, ma non avevo tempo. C’era qualcosa di sublime attorno a noi. Mi assicurai che Max fosse accanto a me e continuai a nuotare. A un certo punto, fu lui a passare velocemente davanti a me. Sollevò la testa dall’acqua e disse: “Voltati, voltati, voltati!”. Oddio, è l’ultima cosa da dire con enfasi a chi abbia fatto appena un passo per liberarsi della paura. Eppure, mi voltai, rientrando poi in acqua con la testa, che avevo portato fuori dall’acqua per sentire cosa Max stesse dicendo. Davanti ai miei occhi, comparve l’essere che aveva attratto l’attenzione di Max: una gigantesca tartaruga oceanica. Era lì, dove non ci aspettavamo di trovarla, e nuotava con noi. Ero estasiata. Ecco chi c’era ad aspettarmi oltre la porta della paura. Una creatura antica che, secondo Max, era un simbolo per me, un regalo che avevo ricevuto per aver osato abbracciare le mie paure e vedere cosa celassero. Tornammo verso casa felicissimi, lui forse incredulo per quel mio cambiamento, io impaziente di andare a leggere qualcosa sul significato segreto della tartaruga. Un significato con molte sfumature. Una di queste era la capacità di fare le cose col proprio ritmo, con la propria velocità, senza farsi condizionare dalle andature altrui. Oggi, ne sono certa: l’immensa sete sentita al mio arrivo indicava già che avrei “incontrato” l’elemento Acqua. Da lì, Laguz, Federico, la tartaruga e la perseveranza di Max si sono uniti per farmi aprire la porta della paura. Oltre questa, davvero, c’era tantissimo. E, se l’ho aperta a partire da quella condizione iniziale di terrore, tutti possono aprirla. Il desiderio di scoprire la realtà e i suoi misteri è la guida.

