Soul writing – La scrittura dei ricordi

19.02.2026 - Francesca Vicky Scher

Il soul writing non si riduce ad un lavoro autobiografico, ma la nostra vita e il suo significato sono implicitamente al centro di tutti i processi di scrittura introspettiva, quindi parlare della propria vita sarà inevitabile, visto che siamo un’unica combinazione di temi universali e costituiamo un unico, minuscolo contributo al grande fiume della vita.

Ma mettersi a raccontare il passato potrebbe non essere il modo migliore per generare senso. Questo dipende ovviamente dalle predilezioni personali, c’è chi ama rimembrare e si sofferma su dettagli apparentemente anodini per ridar vita al passato in modo suggestivo, chi invece ama la scarna descrizione dei fatti e non si lascia sedurre dalla poesia dei ricordi.

È vero che chi ricorda con dovizia di particolari sembra un po’ innamorato della propria vita e questo a volte annebbia la vista. Intendiamoci, amare la propria vita è un obiettivo del soul writing, lo è meno indulgere nel piacere del racconto. Il soul writing è narrativo solo entro certi limiti, che ovviamente variano da caso a caso.

Mettiamo che tu senta il bisogno di scrivere un testo su un avvenimento che ha marcato la tua vita. Una possibilità sarà raccontare ciò che è accaduto. Sarà con uno stile neutrale, aderente ai fatti o con uno stile più avvincente, perfino ironico. (Come se l’ironia fosse la garante della nostra distanza e della nostra serena consapevolezza… A volte lo è, mentre altre volte è solo un meccanismo di evitamento molto apprezzato…) Raccontando, ti reimmergerai nel ricordo, lo rivivrai e scoprirai risvolti della vicenda che ti erano sfuggiti mentre li vivevi. Potresti essere indotta in tentazione di fare un po’ di autofiction, cioè raccontare le cose non proprio come si sono svolte, ma cambiarle leggermente o sostanzialmente, pensando di mantenere l’essenza ma modificando la vicenda, magari introducendo dialoghi che non si sono mai verificati, ma che avrebbero potuto, o creando personaggi che sono la summa di varie persone realmente esistite o altro. Ti sembrerà strano, ma trovo questi procedimenti forse creativi, ma piuttosto mistificanti. Spesso sono solo al servizio di criteri narrativi, come se la nostra vita avesse bisogno di qualche accorgimento per essere resa più interessante…

Intendiamoci, puoi raccontare un evento passato in chiave fantastica o esclusivamente metaforica, allora tutto sarà inventato ma essenzialmente tutto sarà vero, perché i simboli e gli elementi fantastici saranno accurati e saranno ricettacoli d’energia. Ma ora non stiamo parlando di questo tipo di testi, bensì della narrazione di fatti del passato. Il mio consiglio è: non cambiare nulla. Raccontali brevemente come ti sembra si siano svolti.

Lo sappiamo, c’e tutta una scienza sul fatto che ricostruiamo il passato e i ricordi non sono fedeli riproduzioni e quant’altro. È un tema interessantissimo, ma se vuoi raccontare il tuo passato, raccontalo come te lo ricordi e non invitare quello che non ricordi. Puoi naturalmente porti domande e fare ipotesi, ma non puoi adulterare con la volontà il ricordo, lascialo come emerge, mantieni la sua natura frammentaria, non nuocerà al disvelamento del senso. L’aggiunta di elementi spuri invece potrebbe trasformare il tuo ricordo in una storia qualunque. La nostra vita non è fatta di storie qualunque, è fatta dell’ennesima variazione di temi universali, variazioni uniche, delle quali dobbiamo cogliere sia le peculiarità che l’universalità.

Ti consiglio di essere sintetica nella narrazione dei fatti, scegli solo i dettagli significativi. Tu non puoi fare tutto quello che vuoi del ricordo, non ti appartiene, appartiene al campo, nel quale sono conservati tutti i ricordi e sono probabilmente conservati nella forma in cui sono stati vissuti da tutte le persone coinvolte.

Qui è d’uopo un inciso: si può modificare questo campo? Credo di sì. Ma solo se si risolve l’energia degli eventi, non gli eventi stessi. La questione è soggetta a dibattito, ne riparleremo un altro momento. Per ora la mia posizione è che non possiamo cambiare il passato, se prima non rispettiamo la forma nella quale ci appare. Si potrebbe usare il soul writing per cambiare il passato? Credo di sì. (To be continued…)

Ora torniamo al nostro piccolo esperimento di scrittura del ricordo.

Dopo aver delineato l’avvenimento nei suoi tratti essenziali, bisogna dare spazio al tuo sentire di allora. Qui occorre non solo descrivere gli stati d’animo, ma esplorarli con un’attenzione benevola. L’amore è una forma di conoscenza, più amiamo il sentire, più riusciamo ad comprenderlo. Esprimendolo per iscritto, ci accorgeremo di cose che allora ci erano sfuggite e non solo, più diamo spazio al sentire, più questo diventa dinamico e si trasforma in agente della trasformazione. Ma non corriamo troppo. Torniamo alla fase due. Quella che descrive il sentire.

Delle quattro funzioni che presiedono al lavoro di soul writing, ne abbiamo finora usate due. Abbiamo dato alla realtà materiale la sua parte e poi ci siamo dedicati all’emozione, ai sentimenti e alle sensazioni. Il terzo livello sarà la riflessione e il quarto l’intuizione del senso.

Per senso non intendo qualcosa di univoco e statuario, un giudizio o qualcosa di eccessivamente mentale: la razionalità seleziona sempre ed è incapace di accogliere tutte le nuances del vissuto. Parlo di un senso dove amore e saggezza coesistono, ma senza obliterare l’io diurno, che ha vissuto l’evento in prima persona (e di solito ha capito poco delle ragioni dell’anima).

Quando mi avvicino ad una visione globale, che vede in trasparenza, il mio io non è più il loquace protagonista. Anche il corpo, le emozioni, le sensazioni, l’anima e lo spirito parlano. Abbiamo detto che l’anima, nella mia ipotesi di lavoro, è la depositaria del senso. L’io accede al senso quando impara a guardare e a capire quello che guarda. Capisce se ascolta ed è capace di guardare e ascoltare se sente che dentro di sé c’è qualcosa di più grande di lui.

Quindi noi riflettiamo ma non da soli, chiediamo ispirazione, chiediamo alla nostra saggezza interiore di darci indicazioni. È qui che avviene, direttamente o indirettamente, il dialogo con l’anima. Potrebbe non essere un dialogo nel senso letterale, ma perché non chiedere? Perché non meditare sul ricordo e chiedere cosa c’è da scoprire, da svelare, da capire?

C’è una bellissima frase di Tagore, che ho trovato non so più dove tantissimi anni fa, e che ho conservato. Dice: Il dolore fu grande, Signore, quando accordammo gli strumenti. Inizia ora la tua musica e fammi sentire ciò che avevi in mente in quei giorni tristi. (La citazione potrebbe non essere letterale; con queste frasi che vagabondano qua e là, ad ogni passaggio qualcosa cambia. Comunque il senso penso sia chiaro.)

Se l’esperimento arriva a buon fine, avremo fatto pace con la nostra vita e forse avremo cambiato l’energia del ricordo.

Ora parto dal presupposto che il ricordo sia stato in una qualche misura triste o doloroso, ma naturalmente possiamo raccontare anche ricordi che non hanno questa connotazione. Tutti i ricordi, anche quelli felici, hanno una perla nascosta.

A questo punto è d’uopo un’altra avvertenza. Se il ricordo è traumatico, occorre procedere con particolare cautela e sicuramente non è una buona idea iniziare la serie di testi consacrata ai ricordi con un ricordo traumatico. La scrittura amplifica il sentire, quindi è quasi inevitabile avere dei flashback, che idealmente servono all’esplorazione del sentire, ma se parliamo di traumi, questi sono per definizione qualcosa che resiste alla coscienza, perché la loro carica energetica annichilisce i meccanismi di elaborazione, quindi bisogna andare molto cauti e non presumere di poter affrontare qualcosa prima di avere a disposizione gli strumenti adatti.

Detto questo, il soul writing dei ricordi tristi può avere un effetto benefico, se restiamo in contatto con il ricordo e con le emozioni passate e presenti, riflettiamo e siamo aperti a ricevere intuizioni.

A proposito, va notato che il ricordo e il pensiero sono attivi, sono qualcosa che facciamo (evocare il ricordo e compiere operazioni mentali), il sentire invece si manifesta da sé, al massimo dobbiamo risvegliarlo o amplificarlo e l’intuizione è qualcosa che riceviamo, possiamo solo metterci in un atteggiamento di ascolto e d’attesa. Noi non facciamo l’intuizione, è sempre un dono, quello che possiamo fare è aprire lo spazio che ci prepara a riceverla.

Chi vuole provare il soul writing, può iscriversi al mio corso Varchi di luce, oppure contattarmi ([...]). Offro anche accompagnamenti individuali per chi vuole praticare questo tipo di scrittura da sola.